I Francesi, sconfitto
l'esercito austriaco il 14 gennaio 1797 presso Rivoli Veronese, oltrepassano
subito il confine meridionale del Tirolo; il 28 gennaio sono a Mori, il 29 a
Villalagarina 15 ed il pomeriggio del 30 gennaio raggiungono la città di Trento
16. È la seconda invasione francese. La prima era avvenuta l'anno precedente in
agosto ed era durata fino al novembre 1796, quando i francesi sconfitti a
Calliano (6-7 novembre 1796) erano stati costretti a ritirarsi verso la chiusa
di Verona.
Le truppe imperiali, dopo la battaglia di Rivoli, incalzate dal
nemico si ritirano velocemente, anche perché era previsto l'approntamento di una
linea di difesa solo a nord di Trento.
Nella ritirata alcuni reparti austriaci, provenienti da Cei e
diretti a Trento, raggiungono e passano il giorno 30 gennaio 1797 per Cimone;
quale guida assoldano un certo Giovanni fu Andrea Lorandi, di anni 48. Il
Lorandi poi, preoccupato per l'incolumità della sua famiglia, ritornerà ancora
in giornata a casa sua dalla parte di Garniga per il sentiero del "sass". È
probabile che egli abbia accompagnato a Trento le truppe austriache per la
medesima via: Gazi - Sass - Garniga Nuova - Garniga Vecchia - strada del
Guardadocio - Margon di Ravina - Ravina - Trento.
Quello stesso giorno, domenica 30 gennaio 1797, alcune compagnie di
militari francesi, provenienti pure essi da Cei e diretti verso Trento,
raggiungono anche loro il paese di Cimone. Gli abitanti terrorizzati si erano
tutti chiusi in casa in attesa degli eventi; essi avevano già sentito raccontare
in famiglia dei saccheggi e delle distruzioni che i francesi avevano commesso
nell'invasione del 1703, ed anche come fortunosamente il loro paese ne era stato
risparmiato; erano pure a conoscenza dei soprusi e dei saccheggi che gli stessi
francesi avevano commesso durante !'invasione dell'anno precedente e che avevano
fatto anche nei giorni precedenti nella Vallagarina.
I Francesi cercano soprattutto da mangiare e da bere e se ciò gli
viene impedito se lo prendono con la forza. La prima frazione ad essere
saccheggiata è la Costa e poi via via tutte le altre dal Coel ai Gazi. Meno di
una decina risulteranno le case o famiglie di Cimone risparmiate dal saccheggio.
Ecco alcune testimonianze giurate e documentate di questo episodio,
molto interessanti anche per altri aspetti:
1. Baldassare fu Valentino Piffer di anni 61:
"al nostro maso dei Cimonari vennero ottanta francesi, tutti in un colpo, ed
anche dopo venne un o l'altro francese";
"i Francesi entrarono prima nella casa di Antonio Piffer Cèra, lontana dalla mia
un tiro di pistola e poi dopo si spartirono fuori per le case dei Cimonari ed
anche ai Pifferi ed ai Gazzi ed ai Buzzi (. .. )";
"mi portarono via otto calcidrelli di vino che fanno due brente, libbre
cinque di butirro, libbre quattro di grasso pesto, tre mosse di acquavita, sette
pezzette di formaggio casato, ch'eran cinquanta libbre, una camicia da donna
nuova ed una padella di ferro del valore di trenta carantani, e poi hanno voluto
che facci la polenta".
2. Nicolò fu Nicolò Linardi di anni 54:
"io non li ho numerati, ma saranno stati presso a poco li Francesi ch'entrarono
in casa mia intorno a cento, e che tutti gli Francesi che entrarono nelle case
del maso Costa saranno stati più di duecento che andarono un pochi qua e un
pochi là ... ;
"prima entrarono i Francesi in casa di Battista Rossi, poi della Elisabetta
Linardi ed avendo trovato l'uscio chiuso, mancando essa da casa sua, le
atterrarono l'uscio e si fecero nella stessa casa alcune padelle di tortello, ed
anche la polenta, mangiarono la carne di un agnello, ch'io stesso ho veduto coi
miei occhi, poi entrarono nella casa di Domenico fu Gasparo Cont, indi in casa
di Elisabettta V.va Petrolli, dove portarono via un formaiello e poi nella mia
casa ( ... ); "mi portarono via due pesi di uva, tre di sale, mezzo staro circa
di farina di formento, mezzo staro di farina di formentone, mezza soma di farina
di forrmentazzo, mezza quarta di fave,, due para di scarpe nuove, vino due
brente circa, buono di Cimon, sette libbre di formaggio, un paiolo e molti altri
capi".
3. Gian Battista Rossi di anni 47:
"saranno stati circa duecento Francesi ch'entrarono in casa nostra ( ... );
"io ho veduto coi miei occhi ad entrare i Francesi nelle case di Domenico fu
Gasparo Cont, e di Elisabetta ved.va Linardi Pastor, e nella mia; io vidi i
Francesi portare via dalla casa di detto Cont del vino e dell'olio ad Elisabetta
Linardi, ed un agnello a Gasparo Zanella defunto, ed anche del vino ( ... );
"portarono via da casa mia mezza soma di farina di formentazzo ed uno staio di
farina di formento, una formagiela e del sale circa un peso, delle calze, una
gallina, vino buono due brente circa ed altri capi che ora non mi sovvengo
(".)'"
4. Domenico fu Gasparo Cont, d'anni 70:
"saranno entrati nella mia cantina circa trenta in quaranta Francesi ( .. .)";
"io ho veduto entrare gli Francesi nella casa della v.va Elisabetta Linardi,
atterrando gli usci e la spogliarono di molte cose la danneggiarono moltissimo,
avendo io ciò veduto coi miei propri occhi; entrarono pure in casa dei fratelli
Rossi, dalla quale portarono via molte cose che ho pure vedute, come vino,
polenta, pane, formaggio ed altre cose ( ... )
"mi portarono via dalla caneva circa due brente e più di vino buono, fatto con
uva dei vignali sopra Aldeno, e mi portarono via anche un fòcolo. In casa poi
non entrarono, perchè era ben chiusa, e quando ho veduto che erano ben postati,
io sorti di casa".
5. Valentino fu Valentino Piffer, d'anni 46:
"nella camera dove io mi trovavo a letto (infermo) vennero circa cinquanta
Francesi, e andavano e venivano ora più ora meno (. .. );
"in casa mia e non altro vidi entrar li Francesi, senti però dire che siano
stati per tutto il paese ( .. .)";
"nella mia caneva li Francesi portarono via sei quarte circa di noci e sette
poine salate, In casa poi portarono via due stai di vino buono, una gallina,
quattro libbre di burro",
6. Domenico fu Valentino Piffer di anni 38:
"qualche cinquanta - sessanta Francesi entrarono in casa mia che andavano e
venivano; saranno entrati (nella villa) circa centocinquanta Francesi e
portarono via delle galline, si fecero delle polente e rubarono del formaggio (
... );
"i Francesi entrarono in casa mia, in casa di Giovanni Piffer, di Valentino
Piffer, di Baldassar Piffer, di Antonio Piffer Cera e di Baldassar Piffer Cera,
avendoli veduti coi miei propri occhi ( ... );
"mi portarono via mezza brenta di vino buono e due galline".
7. Simone Petrolli, d'anni 45:
"saranno entrati circa centocinquanta Francesi ai Petrolli e in casa mia e
andavano e venivano ( ... );
"quelli tre - quattro fuochi ai Petrolli furono saccheggiati a mia vista dai
Francesi; ho veduto portar via del butirro a Leonardo Petrolli ( ...)
"mi hanno portato via due lenzuolli, un agnello, un peso di sale, uno staro di
fagioli bianchi, sei quarte di farina di formento, due galline, tre bozzi e vino
buono due brente, una minella di pane di bine , cinquanta di segala ( ... ).
8. Leonardo Petrolli di anni 41:
"saranno entrati in casa mia ai Petroli i circa trenta - quaranta Francesi,
andavano e ritornavano ( ... )";
"io vidi entrare li Francesi in casa mia e in quella del vicino Simone Petroli i
e vidi portar via un agnello, della carne, della sale, ed altri capi ( ... );
"i Francesi mi portarono via tre libbre di lardo, una libbra di songia, due
libbre di butirro, una gallina, un bozzo, dodici libbre di formaggio, e quaranta
mosse di vino buono".
Quello però che subì il danno maggiore fu Gianmaria Lorandi fu
Antonio, oste; aveva l'osteria "in fondo al Còel" e per accedervi vi erano "due
strade, cioè la strada della rozzòla e l'altra della fontana". Il Lorandi
denunciò che i francesi gli rubarono dei mobili, un bovino e un agnello, animali
che i soldati subito macellarono e si fecero cuocere; e poi "polenta e formaggio
diede loro per cibo e tante furono le polente che gli consumarono almeno stari
quattro di farina e di formaggio almeno per tre fiorini, e vino a calcidrelli
onde supplire alla brama di tanti ché in un punto ne voleano e se ne bevettero
più di un carro
Gianmaria Lorandi, a
conoscenza delle ruberie commesse dai Francesi anche presso tutte le altre case
di Cimone, non pretende niente per i mobili, per il bovino e l'agnello
rubatigli, pretende invece come oste che gli sia rimborsato dalla Comunità il
valore degli alimenti somministrati ai Francesi, valore corrispondente a 74
fiorini (f. 64 per il vino, 7 per la polenta e 3 per il formaggio), anche
perché, afferma: "il Sig. Curato del paese don Antonio Grandi, Antonio Baldo,
scrivante della Comunità, e Paolo figlio di Domenico Baldo, Sin dico, intesa la
minaccia del sacco universale al paese, se non si apprestava alla truppa
mangiare e bere, giustamente pensando che niun altro del paese, se non che Gian
Maria Lorandi, che facea l'oste, potea avere in pronto il dare da mangiare e da
bere a tanta truppa, per evitare al paese ed ai di esso abitanti un tànto male,
condussero a compagnie in più volte detta truppa all'osteria del detto Lorandi,
dicendo all'oste che dasse loro da mangiare e bere, che la comunità avrebbe
pagato"
Il Lorandi denuncia quindi al
Giudizio di Nogaredo la Comunità di Cimone per ottenere il rimborso delle spese
sostenute in questo frangente.
Il Consiglio, così composto: Massari, Leonardo Piffer e Lorenzo
Bisesti; Giurati, Giuseppe Petrolli e Bortolo Ghirardi; Procuratore, Gioovanni
Friz, per decidere in merito è tenuto a sentire il parere della Comunità e
pertanto convoca i capifamiglia il lunedì 13 novembre del medesimo anno in
Cimone, "nel luogo al Dosso, ove si tengono le pubbliche Regole"; nella quale
assemblea
"vien esposto se doversi incaminare la lite che già principiata si vede nel
foro vicariale di Nogaredo contro Gian Maria Lorandi, il quale pretende dalla
sua Comunità di Cimone fiorini 74 circa per aver somministrato lì 30 del p.p.
mese di gennaio alle Truppe Francesi pane, vino, formaggio e farina gialla
ridotta in polenta ( ... ) ed essendo necessario di spedire un mandato o
sindicato affine di proseguire in detta causa furono in seguito distribuite le
baie, a cada un che intervenne alla presente Regola per spedir il detto
sindacato e proseguir in causa, quali segretamente racccolte si ritrovarono
affermative n. 63 e negative 8, mancando le bale di Giovanni Zanotti e Dominico
del fu Giovanni Zanotti, i quali pretendono prima di deliberare sulle effettive
cose esposte, di essere indennizzati dei danni cagionati a diversi particolari
di Cimone dalle Truppe Imperiali".
Viene delegato quale procuratore di questa causa Bartolomeo del fu Bartolomeo
Piffer e come sostituto Giuseppe Cèra.
La Comunità innanzitutto contesta al Lorandi che le truppe
franncesi avessero sparsa "a voce la minaccia del saccheggio"; secondo, che il
Curato come lo Scrivante ed il figlio del sindaco non erano autorizzati ad
assumere impegni che erano di pertinenza della Comunità ed infine precisa che le
truppe francesi si erano recate per ultimo all'osteria del Lorandi, dopo aver
saccheggiato tutte le case di Cimone, anche perché essa si trovava proprio in
fondo alla frazione del Covelo.
Il Parroco, chiamato in causa, così depone:
"Quando li Francesi capitarono al Covel di Cimòn, dove abito io, dopo d'esser
discesi dalle vicinie della villa di Cimòn, io mi sono ad essi presentato, e li
ho caldissimamente pregati a non far male a quel paese composto di gente
miserabile, ed essi mi risposero che non volevano altro che da mangiare e da
bere; indi mi domandarono dove abita l'oste del paese; risposi che vadano in
fondo alla villa, chelo troveranno, I Francesi vollero che io stesso andassi
davanti ad insegnar loro l'abitazione dell'oste, come in effetti per timore vi
andai, e giunti che fummo dall'oste Gian Maria Lorandi domandarono pane e vino e
siccome pane non cen'era dimandarono la polenta, a cui dovette subitamente
l'oste prestarsi, e in tal incontro vidi a portare dall'oste e da quelli di sua
famiglia vino abbondantemente che un boccale non aspettava l'altro, Tra pochi
momenti io me ne parti verso la canonica e nella strada incontrai degli altri
Francesi, i quali pure mi domandarono dove erano li suoi compagni; io gli
risposi che erano all'oste ed eglino vollero che andassi d'avanti ad insegnarli
l'oste, come dovetti fare e ciò mi è avvenuto più di una volta",
Il cancelliere Antonio Festi, convocate le parti il 16 dicembre 1797,
"esposto le conseguenze che aver potrebbe il presente litigio", propone un
amichevole accomodamento, esortandole ambedue ad accettarlo:
"ond'evitare gli incomodi e le spese inseparabili delle liti:
l, che a saldo della pretesa fatta dall'attore Lorandi contro la Comunità di
Cimone, la medesima paghi al Lorandi attore, fra lo spazio di un mese la somma
di fiorini 60;
2. che le spese di questo processo siano pagate per due terzi dalla Comunità e
per l'altro terzo dall'attore Lorandi",
L'accomodamento proposto dal cancelliere però non viene accettato
dalle parti in causa, e la vertenza procede con varie udienze. Il commissario e
giudice di seconda istanza, dr. Giuseppe Tamanini, nel giugno 1800, tenta pure
lui di comporre la vertenza emettendo un decreto: "Il commissario avendo
esaminati questi atti, esorta le parti ad un amichevole componimento ~ per tal
fine propone che la Comunità di Cimon, in saldo di quanto pretende la parte
Lorandi, le dia 45 fiorini e in tal guisa venga imposto fine a questa lite,
pagando le spese equamente".
La Comunità di Cimone per decidere in merito convoca il 26 luglio
1800 la pubblica Regola e "a tal uopo furono distribuite le balle, e quelle
poste dalli medesimi in segreto scrutinio ed indi numerate, risultarono di
numero 9 che accettano il lodato progetto e numero 63 che non accettano il
medesimo, e che venga perciò continuata la causa nelle forme legali". Nell'anno
1800, Massari erano Domenico Endrighi e Domenico Zanotti, Procuratore era
Bartolomeo Piffer.
La causa quindi prosegue in seconda istanza. In data 23 aprile
1802, però, l'avvocato Francesco Galvagni, patrocinatore del Lorandi "avendo
osservato che li testimoni esaminati ed indotti dalla parte Lorandi, sua
principale, o per riguardi umani o per interessi loro particolari, non hanno
deposto come gli fu fatto credere avrebbero dovuto deporre", restituisce a Gian
Maria Lorandi il mandato di patrocinare la sua causa e chiede al medesimo il
pagamento del suo onorario.
L'awocato Giuseppe Galvagni, patrocinatore della Comunità di Cimone
"costatando sovrabbondantemente anche dalle deposizioni dei testimoni avversari
il torto manifesto che ha la detta parte attrice Lorandi ( ... ), chiede che la
medesima sia sottomessa al pagamento di tutte le spese e che la Comunità di
Cimone sia assolta con formula piena.
Lorandi Gian Maria fu Antonio, allora "atteso lo stato della causa,
si ritrova nella necessità di recedere dalla lite e di rinunziare, siccome
rinunzia alla prefata lite alla Comunità e chiede in data 14 maggio 1802
che gli siano presentate le spese processuali, che egli intende pagare. Esse
vengono esposte, a saldo, in fiorini 253, e 3½.
Il Lorandi, dalla sua pretesa iniziale di essere indennizzato di 74 fiorini,
finisce col dover sborsare solo a saldo (gli acconti non sono indicati) più del
triplo richiesto.
Dopo "il sacco di Cimone" le truppe francesi, rifocillate e con il
frutto del saccheggio, riprendono la loro marcia verso Trento, seguendo
l'itinerario delle truppe imperiali in ritirata, cioè il sentiero del "sass" -
Garniga Nuova - Garniga Vecchia - Ravina - Trento.
Proprio dove il sentiero del "sass" attraversa un punto roccioso (i crozi) e
quindi molto esposto, un poco prima del confine comunale con Garniga, si possono
ancor oggi notare incisi su un tratto di roccia con superficie piana delle cifre
e lettere: "1797" ed a lato e sotto dei segni e lettere maiuscole.
Secondo la tradizione locale il "1797" dovrebbe indicare l'anno del
passaggio su quel sentiero delle truppe francesi, le lettere, probabilmente le
iniziali di nomi apposti in quell'occasione o in seguito. Per la presenza di
questa data indicante l'anno, la località viene chiamata "el milésem"
Sulla medesima parete
rocciosa si può notare anche l'imposta dove era fissata una targa di bronzo,
applicata da un censita di Cimone per ricordare un mortale incidente occorso
nell'agosto dell'anno 1912 ad un militare austriaco caduto nel sotto stante
burrone durante un'esercitazione notturna.
Riferibile all'invasione francese in Cimone, viene ancor oggi raccontata
una storiella tragicomica. Durante il saccheggio, alcuni francesi, vedendo una
donna con un imponente gozzo, affezione molto diffusa allora in Cimone e forse
da loro ignorata, pensano subito che essa abbia ingoiato denaro o gioielli per
sottrarli alla rapina. I Francesi puntano contro questa malcapitata i loro
fucili e chiedono perentoriamente ''l'argent'' (pron. arsàn), minacciandola, in
casa contrario, di tagliarle il gozzo. Sembra che la povera donna se la sia
cavata solo con un grande spavento |